CARROZZONI IN TEMPI DI CRISI

Il mondo è gravemente malato di recessione economica. I listini delle borse mondiali sempre più spesso si segnano col pastello rosso. Le banche, quando non falliscono, hanno il fiatone, tanto che nemmeno si fidano più nel farsi prestiti l’una l’altra. E i governi degli Stati, dall’America al Vecchio Continente, arrivano con iniezioni di quattrini pubblici per salvare il salvabile.

Recessione a parte, da tempo in Italia si dibatte sulla necessità di salvaguardare la spesa pubblica e dare una sforbiciata ai costi della politica. In effetti alcuni tentativi d’intervento sono stati scritti. Dalla drastica riduzione delle consulenze esterne, ai tetti ai trattamenti economici dei dirigenti pubblici, passando per la riduzione dei consiglieri nelle società partecipate fino alla soppressione di enti, comitati e relitti statali e, ben più noto, il Patto di stabilità per gli enti locali. Giusto per richiamare alcuni esempi.

E da noi cosa accade? Accade che viene avanzata (e ormai approvata) la convenzione che dà vita ad un consorzio tra i principali paesi della Valle Cavallina, tra i quali, nelle previsioni, anche il nostro. Precisamente il “Consorzio servizi della Val Cavallina”, con sede a Casazza e con il testuale scopo “di gestire, in forma associata, le funzioni ad esso delegate dagli Enti locali consorziati per una maggiore efficienza dei servizi e la coerenza con le peculiari esigenze del territorio, così come espresse dagli stessi Enti che lo rappresentano nel Consorzio medesimo”. Ossia: raccolta, trasporto e smaltimento rifiuti, servizi sociali, informatici, culturali e di protezione civile. Senza fini di lucro o, come si legge, “con esclusione di attività imprenditoriale o assegnate istituzionalmente ad altri Enti”.

Sotto le vesti del nuovo soggetto consortile si scopre però l’esigenza di protezione di un comune “patrimonio” che si ritiene messo in pericolo dall’accorpamento della nostra Comunità Montana con quelle di Alto e Basso Sebino, ormai deciso dal Pirellone anche alla luce della Legge Regionale n. 19/2008, la quale ha previsto il riassetto delle comunità montane in base a specifiche zone omogenee.

E anche perché le stesse comunità montane per il volere della politica centrale paiono destinate in un futuro non molto lontano ad incamminarsi sul viale del tramonto.

Abbiamo detto di no. Un secco no, che è risuonato nell’assemblea di Consiglio Comunale del 15 ottobre 2008, davanti ad un’opposizione dubbiosa e attendista, che alla fine ha però deciso di approvare la nuova creazione tappandosi il naso. Con un “sì forzato”, si è specificato. Anzi, “un atto di responsabilità”.

Più facile invece che si sia trattato di una atto di irresponsabilità. Si è detto sì ad uno Statuto, cioè il cuore regolamentare, scritto di fretta e male. Con errori madornali (singolare quello per cui, quando un Comune decide di recedere dal Consorzio, deve prima chiedere “l’espresso previo assenso” dell’Assemblea). Con disposizioni dalla formulazione troppo generica o ambigua, se non quando esposte a facile impugnabilità in sede giudiziaria. Clausole capestro per cui, se un Comune decide di andarsene, non ha nemmeno diritto ad uno straccio di liquidazione patrimoniale o che, in caso sia il Consorzio stesso a sciogliersi, obbligano un Comune ad accollarsi gli ex dipendenti dell’ente consortile appioppati da un Commissario in caso di disaccordo sulla loro sorte. Per non parlare della ciliegina sulla torta per cui ogni Comune aderente contribuisce alla copertura delle spese generali in base al numero degli abitanti ma, in Assemblea, il voto è uno solo. In parole spicce: Trescore, con quasi diecimila mila abitanti, avrebbe avuto lo stesso peso istituzionale di Bianzano, seicento anime. Vi pare?

Bene dunque ha fatto il Segretario comunale ad esprimere parere sfavorevole sulla regolarità tecnica della proposta di deliberazione.

Un’iniziativa che va insomma in netta controcorrente con l’intenzione del legislatore nazionale e soprattutto con le decisioni di quello regionale, che ha espressamente parlato di “obiettivi di contenimento della spesa pubblica”.

Regione Lombardia che si pone tra l’altro fra le più virtuose d’Italia (con un costo per cittadino di € 40,00 contro una media di € 80,00 delle altre Regioni) e che negli ultimi anni ha adottato provvedimenti tesi appunto allo snellimento della macchina pubblica.

Nel nostro territorio si è invece proposto e deciso l’esatto contrario: altre strutture, altri politici, altre cariche, altro personale e consulenti da remunerare. Insomma, altri costi. Chiaramente per i cittadini.

Per inciso, è notizia fresca quella per cui il Presidente della Comunità Montana del Monte Bronzone e del Basso Sebino ha inoltrato una diffida alla Comunità Montana a trasferire l’intero suo patrimonio appunto al nuovo Consorzio. Ovvio e prevedibile, chi non l’avrebbe fatto al suo posto. L’avevamo detto in Consiglio comunale: l’operazione e le norme che la regolano saranno foriere di bagarre giudiziaria fra le parti. Tempo una settimana e puntale è arrivata la diffida.

Tanto a pagare è sempre e solo Pantalone.

Per concludere, quella di non aderire al nuovo consorzio ci è sembrata una scelta di sostanza e di opportunità pratica, prima ancora che politica. Una strada che abbiamo ritenuto non utilmente percorribile per Trescore, a maggior ragione adesso, a fronte della diffida di cui sopra.

D’altronde gli amministratori pubblici hanno fra gli altri il primario dovere di giustificare ai cittadini come e dove vengono spesi i loro soldi. Va bene discutere di scelte politiche di fondo, ma la (buona) gestione delle risorse cronicamente scarse degli enti pubblici deve ormai avere assoluta priorità. Di un altro carrozzone pubblico, francamente, non se ne sentiva il bisogno. A maggior ragione soprattutto di questi tempi.

Alberto Ondei

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